平和. La Costituzione del Paese che ha rinunciato alla guerra


Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una vera e propria Japan-mania, una diffusione a macchia
d’olio dei più disparati elementi della cultura nipponica: dal sushi agli anime, dalle nuove met
turistiche alle mode nell’abbigliamento. Eppure, tra i tanti, forse l’unico aspetto poco interessante per
il mondo occidentale è proprio quello giuridico. Ed è bizzarro se pensiamo che l’intero ordinamento
giapponese è plasmato esattamente sui nostri. Partiamo con ordine perché la genesi di questa storia
va ricercata nel secolo scorso, in un contesto di guerra aperta, le cui terribili conseguenze sono ben
note a tutti.


È il 15 agosto 1945. Il Giappone, che fino a quel momento era stato una delle massime potenze
militari del mondo, con delle precise mire espansionistiche e un’ignobile alleanza che l’aveva visto
schierato al fianco della Germania nazista e dell’Italia fascista, viene stremato, schiacciato, violato dal
momento più buio della brutalità umana: le due bombe atomiche americane, nuove di zecca,
colpiscono Hiroshima e Nagasaki. E il Sol Levante, in quel caldo giorno d’agosto, si arrende: poteva
fare altrimenti? Questo non è un aspetto secondario della nostra storia: la Costituzione giapponese
nasce dalla sconfitta ed è frutto dell’occupazione e dell’imposizione straniera. L’occupazione vede al
vertice il generale Douglas MacArthur, che ritiene necessario trasformare profondamente il sistema
politico giapponese per evitare il ritorno del militarismo. In un primo momento il governo
giapponese tenta di proporre alcune variazioni della Costituzione Meiji. Tuttavia gli americani
considerano tali riforme insufficienti. È così che, nel 1946, gli uffici dell’occupazione elaborano una
bozza costituzionale molto più drastica, che successivamente viene discussa e formalmente adottata
dalle istituzioni giapponesi. Il risultato è una costituzione nuova di zecca. È il 3 maggio 1947.


Le novità introdotte sono profonde, e ciò emerge da un principio che forse non ci risulta così nuovo:
la sovranità non appartiene più all’Imperatore, ma al popolo. L’Imperatore conserva il proprio ruolo,
ma soltanto come simbolo dello Stato e dell’unità nazionale, privo di poteri di governo effettivi
(ancora, ci ricorda qualcosa?). Il Giappone diventa una monarchia costituzionale con forma di
governo parlamentare, uno stato regionale diviso in 47 prefetture distribuite in 8 regioni. La Dieta
nazionale è l’organo legislativo, un parlamento bicamerale composto dalla Camera dei rappresentanti
(Shūgiin), e la Camera dei consiglieri (Sangiin). Sia i membri della prima che della seconda sono eletti
dai cittadini, e in caso di conflitto prevale sempre quanto deciso dai Rappresentanti. La Dieta sceglie
il primo ministro, che viene successivamente formalmente nominato dall’Imperatore. Il primo
ministro, una volta nominato, seleziona i ministri del Gabinetto. Il Gabinetto deve mantenere la
fiducia della Camera dei rappresentanti. Se questa approva una mozione di sfiducia, l’organo di
governo deve dimettersi oppure sciogliere la Camera e indire nuove elezioni. Il potere giudiziario è
affidato ai tribunali, al cui vertice si trova la Corte Suprema del Giappone che esercita il controllo di
costituzionalità delle leggi.


Il simbolo cardine della Costituzione giapponese è però l’Articolo 9, con cui rinuncia alla guerra e
all’uso della forza nelle relazioni internazionali (Il principio di 平和, “heiwa”, pace). Eppure, dietro
quello che è spesso celebrato come il manifesto del pacifismo giapponese, si cela una contraddizione storica difficilmente ignorabile: ciò che ha reso il Giappone il “Paese che ha rinunciato alla guerra”
non è nato da un libero processo costituente nazionale, ma durante l’occupazione militare
statunitense. L’Articolo 9 rappresenta certamente una risposta agli orrori del conflitto, ma anche un
esempio attraverso cui si comprende facilmente come è la potenza vincitrice a dettare le regole,
esportando un modello che non libera, ma sottomette.


Non è un caso che quando la Guerra Fredda trasformò l’Asia in uno dei principali teatri dello
scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica, Washington cambiò rapidamente priorità: il Giappone non
doveva più essere soltanto disarmato, ma anche protetto. Nacquero così le Forze di Autodifesa, un
esercito che però ufficialmente non è un esercito. Ancora oggi il dibattito costituzionale giapponese
ruota attorno a questo apparente paradosso: il Paese che ha rinunciato alla guerra continua a
mantenere una forza militare tra le più efficienti del pianeta.


La pace allora ed ora non è soltanto una scelta: è condizione della sconfitta.